C’era una volta l’antesignano del discount attuale, l’hard discount. I primi, arrivati nelle grandi città del nord nel 1992 divisero i consumatori prima di ciò che fece la politica qualche anno dopo. Una sorta di bipartitismo, due schieramenti contrapposti. Nessuno metteva in dubbio la convenienza, bastava provarlo una volta che ci si accorgeva di uscirne con borse e portafogli più pesanti e animo più leggero. Ma il partito della diffidenza aveva senza dubbio la maggioranza, quantomeno relativa. Quel nuovo modo di fare la spesa non convinceva: perché i prezzi erano così bassi? L’equazione dei detrattori era semplice, prezzi bassi per prodotti di bassa qualità, marchi sconosciuti e merce di seconda o terza scelta. In realtà il contenimento dei prezzi dell’hard discount è motivato anche da altri fattori che rientrano appieno nella filosofia di questo tipo di vendita al dettaglio nata nell’ormai lontano dopoguerra in Germania dove la crisi economica fece sviluppare un commercio alimentare basato esclusivamente sul contenimento dei prezzi a scapito della forma. Tagliando quindi tutti i costi che ai fini pratici del consumo, risultavano superflui. Una distribuzione, un confezionamento ed un’esposizione senza fronzoli. Niente fumo e tutto arrosto. Capannoni dove venivano scaricati e a malapena aperti gli scatoloni con la merce in vendita, pochi addetti alla vendita e articoli essenziali, senza la preoccupazione di coprire tutti i settori merceologici ma mettendo in vendita di volta in volta ciò che di più conveniente proponeva il mercato. Insomma nell’hard discount non si poteva certo trovare tutto, come nel supermercato.
Eppure ad oggi nel nostro paese la formula del discount è una realtà economica importante e copre circa il 9% del giro d’affari alimentare con un incremento costante (il 10% nell’ultimo anno) e una presenza capillare di punti vendita: nove ogni 100.000 abitanti, vale a dire quasi uno ogni 10.000.
Cifre ancora lontane da quelle tedesche dove la vendita in discount copre oltre il 40% del mercato del settore, ma sicuramente ragguardevoli e per certi versi inizialmente inaspettate.
E’ indubbio che la prima motivazione del successo di questa formula sia dovuta al sensibile risparmio sulla spesa. Un risparmio tangibile, che anche senza la calcolatrice alla mano, salta immediatamente all’occhio del cliente al momento di tirare fuori la cartamoneta. Ma si trattasse solamente di questo, il discount sarebbe rimasto relegato in una fetta marginale di mercato, fatta esclusivamente di consumatori e clienti meno abbienti, che badano alla quantità a scapito delle garanzie di qualità.
Eppure non è così: oggi le maggiori catene discount, grazie anche al successo avuto, si sono liberate del suffisso “hard”, quel termine estremo che significava essenzialità, favorendo il contenimento dei prezzi ma a discapito della qualità.
Il business si sa, non fa complimenti per sua natura e quindi quasi tutti i grandi produttori alimentari hanno fatto di necessità virtù, capendo di non potersi sottrarre a questa nuova fetta di mercato in continua espansione e iniziando a fornire ai discount i loro prodotti. Per giustificarne la differenza nel prezzo con quelli delle marche pubblicizzate si confezionano con loghi di fantasia e in involucri spesso meno ricchi e appariscenti. Ma in realtà nella maggior parte dei casi i prodotti sono i medesimi. Questo perché alle aziende produttrici costerebbe di più allestire una linea dedicata alla merce “da discount” piuttosto che utilizzare gli impianti già in funzione per la distribuzione tradizionale dei prodotti “di marca”. Un ragionamento presto esportato anche nelle più tradizionali catene di super e ipermercati, dove si possono trovare quelli che abbiamo definito “I GEMELLI DIVERSI” , prodotti identici, confezionati nel medesimo stabilimento, con gli stessi ingredientidiverdifferenti soltanto nel colore della confezione. E nel prezzo, naturalmente!
L’effetto di questa aumentata o manifesta qualità si è fatto ben presto sentire. Oggi, tra gli scaffali della Lidl o dell’In’s puoi trovare il primario ospedaliero che al discount ci viene apposta “perchè quella mozzarella di bufala è la migliore che si possa trovare!”.E poco importa far la fila alla cassa con la badante di turno o gli operai, con i compagni di spesa che in questi esercizi commercialil ci vengono per poter arrivare alla fatidica quarta settimana. Già, perchè i consumi alimentari continuano ad incidere pesantemente in particolare sulle famiglie che devono fare fronte alla contrazione dei salari e alla disoccupazione. La Cia - Confederazione italiana agricoltori prevede che quest’anno ci sarà una sostanziale stabilità in quantità rispetto al 2008. La tendenza al ristagno si è riscontrata, d’altra parte, in tutti i primi nove mesi dell’anno. Dall’indagine emerge una conferma: il consumatore appare cauto e, sebbene non riduca i volumi acquistati, aumenta il ricorso alle promozioni e agli acquisti effettuati presso i canali più convenienti, come i discount.
Quattro famiglie su dieci hanno tagliato drasticamente la spesa alimentare; il 60 per cento ha addirittura cambiato menù, mentre il 35 per cento è stato costretto ad optare per prodotti di qualità inferiore.
Per mangiare, comunque, si continua a spendere di più al Centro e al Sud che al Nord. Nel contesto dei “tagli” alimentari, si riscontra che il 40 per cento delle famiglie italiane ha ridotto gli acquisti di carne, in particolare quella bovina, il 38 per cento quelli di pane, il 36 per cento quelli di olio d’oliva e il 35 per cento quelli di vino.
Sul fronte dei canali di vendita, alla stabilità degli acquisti effettuati presso supermercati, ipermercati e dettaglio tradizionale, ha fatto riscontro una crescita delle vendite di discount e liberi servizi e una contrazione presso gli altri punti vendita.