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La Società dei malati (quasi) immaginari

Arrivano al Pronto Soccorso in pieno giorno o nel cuore della notte, in preda al panico, lamentando tachicardia, sensazione di soffocamento, dolore al petto simile all’infarto e la paura di morire. In alti casi hanno forti dolori addominali, difficoltà a digerire, stipsi persistente, oppure accusano lombalgie, mal di testa, sudorazione estesa. In genere tendono a parlare dei loro problemi in modo drammatico o esagerato, associando i loro sintomi alle più terribili malattie. In realtà sono “solo” pazienti affetti da disturbi psicosomatici; che soffrono davvero e per i quali la medicina da sola non può fare granchè, se non alleviarne i sintomi. Perchè la cura ai loro ptoblemi, devono trovarla dentro di sè, spesso con l’aiuto di un bravo psicoterapeuta. Ne abbiamo parlato con il dottor Salvatore Capodieci, psichiatra e psicoterapeuta, da molti anni impegnato nello studio dei problemi legati all’evolversi della società. I disturbi psicosomatici sono una rappresentazione delle situazioni di disagio, così come le “stranezze” che si registrano in ogni famiglia.
“Le statistiche parlano di una persona su cinque con qualche problematica di tipo psicologico - ricorda Capodieci -. Si va da casi di psicosi a disturbi del temperamento e del carattere. Se una volta c’era il famoso ‘nonno bizzarro’, oggi si parla con più attenzione di patologie psichiatriche, che vanno dai disturbi alimentari ai disturbi della personalità, depressione, attacchi di panico, disturbi dell’adattamento e malattie psicosomatiche. Problemi che si estendono da un lato verso l’età avanzata  - specifica lo psicoterapeuta - “Non c’è più l’età della saggezza, ma i disturbi depressivi hanno un picco proprio intorno ai 70 anni. Ma negli ultimi due decenni sono in crescita anche tra i giovanissimi. Oggi sono in aumento i disturbi d’ansia e le depressione già in età infantile e purtroppo lo è anche il suicidio, la più catastrofica delle evenienze”.
Come si spiega questo fenomeno?
“Ai bambini, affacendati in tutta una serie di attività, mancano momenti e spazi di ascolto. Quella dimensione che viene trovata invece a livello multimediale. Il fatto è che computer, internet, videogiochi, non sono spazi comunicativi. Noi sappiamo che la relazione è fonte di malessere, ma anche di benessere. La psicanalisi insegna che si gioca tutto nei primi tre anni di vita. Un’infanzia serena è la migliore eredità che si può dare ad un figlio perchè se è stata buona, anche la classica crisi adolescenziale sarà tollerabile” .  
Ma i giovani pagano anche lo scotto di famiglie sempre più “precarie”.
“Si, è vero. Zygmunt Bauman, famoso sociologo di origini polacche, definisce il mondo attuale come un ‘mondo liquido’ proprio per via di questo senso di precarietà. D’altra parte, invece assistiamo ad una ‘adolescentizzazione’ della società .Ci sono cinquantenni che hanno comportamenti che assomigliano a quelli dei trentenni. Vedi il cellulare  con le suonerie più strane: papà, nonno e nipote si ritrovano in un mondo un po’ adolescente”. “Di certo - spiega Capodieci - sociologia e psicanali- si si stanno avvicinando, riproponendo la necessità di trovare dei parametri comuni, come se sentissero l’urgenza del momento. Sembra quasi che si siano  ribaltati i vecchi parametri: un tempo c’era Freud con il Super Io, quella sorta di carabiniere interno che ci dice cosa dobbiamo fare o non fare e fa nascere i sensi di colpa, se commettiamo qualcosa che non va. Adesso questa struttura sembrerebbe sostituita dall’Io ideale: non ci sono più i sensi di colpa ,ma i sensi di vergogna: l’importante non è avere la promozione, ma risultare il ragazzo più in vista della scuola, con tutti i mezzi possibili. Ecco il fenomeno del bullismo o di altre problematiche femminili. Quello che conta è l’immagine di una persona di successo ,più che persona che ha un successo perché consegue conoscenze, bravure…”
Le stranezze, gli eccessi, le malattie, in molti casi sono dunque riconducibili ad un insuccesso?
“Quello che si colloca sul piano di ‘avere fatto brutta figura’ diventa motivo di fallimento dell’io ideale. Per usare un’espresssione dei giovani - spiega lo studioso - si tratta di essere fighi o sfigati. Tutto ciò che si muove nella prima linea è successo; nell’altra significa emarginazione, esclusione, fino anche a forme di depressione o tentativi di suicidio eclatanti per non essere stati invitati ad una festa, per aver fatto brutta figura, per non essere vestiti nel modo che il gruppo richiede”.
Torniamo alle malattie psicosomatiche che non risparmiano neppure i giovani.
“Questa è l’epoca del corpo. Che viene dato in pasto a tutte le dimensioni del piacere, da una parte; della sofferenza, dall’altra. Il corpo è il segnale più importante: si va dalle situazioni più patologiche dell’anoressia e della bulimia a tutti i disturbi psicosomatici che vedono collassare il corpo, come l’attacco di panico o forme che colite, mal di testa, tremori, dolori. Il paziente fa il giro di tutti gli specialisti alla ricerca di un perché. A volte siamo noi il capolinea.  Arrivano con pacchi di Tac, risonanza magnetica, cure di tutti i tipi e certe volte o si tratta di una depressione mascherata o il frutto di un conflitto relazionale o è il non accettare una dimensione personale che si manifesta con questa invalidità.
In genere sono persone che non vogliono sentirsi dire che si tratta di un disturbo psicosomatico.
“E’ la cosa che fa un po’ più paura. Molto diffusa tra gli stessi pazienti è l’espressione ‘meglio un tumore che una malattia psichica’, perché è qualcosa che ti lascia un po’ sospeso, ti obbliga ad andare in crisi, a chiarirti, a fare un lavoro mentale. Non c’è l’intervento chirurgico o la medicina che risolve sempre tutto”.
Ma il percorso che si prospetta per queste persone qual è?
“E’ un percorso di conoscenza di se stessi. Forse i parametri imposti dall’esterno, quelli chiesti in famiglia o quelli di questo ideale di una pretesa assoluta, vanno incontro ad una crisi e bisogna fare un lavoro di ricerca di autenticità. E’ un lavoro faticoso al quale non si sfugge perché richiede sofferenza, però ti avvicina a te stesso. Altrimenti è come andare in giro con una maschera, sempre”.
Psicologia e psichiatria vanno sempre più di pari passo...
“Sì, io penso che i cambiamenti sociali abbiano spinto gli studiosi i a riavvicinarsi. C’è un ambito sempre più conosciuto, delle neuroscienze, che ci hanno indicatio la struttura mentale, i cambiamenti, l’aspetto recettoriale, la scoperta di adrenalina, serotonina e dopamina, di cui non sapevamo l’esistenza e che fanno funzionare la mente in un certo modo. Ma poi c’è la terapia della parola che arriva dove non arriva il farmaco e che costringe il soggetto a mettersi allo specchio per conoscersi di più”.
Ma questi farmaci creano dipendenza o una volta chiarita la situazione si possono abbandonare?
“Se sono situazioni che nascono da crisi i farmaci sono una sorta di ‘salvagente’ che si usa fino a che non si impara a nuotare. Quando ci sono situazioni gravi che insorgono dall’infanzia, allora è un po’ più difficile: il farmaco di venta come gli occhiali per un miope, quindi un sussidio, accompagnato dalla ricerca interiore”.
Qual è l’approccio che si sente di consigliare a chi vive una situazione del genere? Io consiglio di andare subito dal medico di famiglia e chiedergli di essere ascoltati. Sarà lui, eventualmente, a consigliare uno specialista. Bisogna avere fiducia di parlare, di confidare quella che un tempo veniva definita ‘la sofferenza dell’anima’. Sofferenze in crescita proprio perchè sono sempre meno le situazioni che possono dare sollievo o le famiglie che possano fare da cuscinetto. La persona deve rivolgersi ai medici e con loro seguire un percorso. Le statistiche sono preoccupanti - conclude Capodieci - Sembra che solo il 25 % delle depressioni venga riconosciuto e solo il 10% di queste riceva le cure appropriate. Si tratta dunque di fare un’educazione sanitaria in tutti gli ambiti; dalla scuola ai medici di famiglia, in modo che ci sia una consapevolezza più allargata, abbandonando quei pregiudizi che da noi ci sono su queste patologie e che portano alla negazione e al meccanismo di difesa, che più spesso viene messo in atto”.
Autore: Alessia Da Canal