Copertina Luglio- Agosto 2010
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Lavoro nero: cercatelo tra i dipendenti, non tra i lavoratori autonomi

Un'indagine del Centro Studi Cgia di Mestre smentisce questo luogo comune

LAVORATORI IN "NERO"
SUDDIVISI PER PROFESSIONE

(valori assoluti in migliaia)
ANNI DIPENDENTI AUTONOMI
1993 2.576,1 566,7
2003 2.664,5 573,3
Var. % 03/'93 +3,4% +1,2%
Tasso di irregolarità 2003(*) 15,5 8,1%
(*) % di lavoratori in "nero" sul totale dei lavoratori di quella professione. elaborazione
Ufficio Studi Cgia Mestre su dati Istat.

Il lavoro nero è praticato dai lavoratori dipedenti, con un secondo o terzo lavoro, piuttosto che da quelli autonomi. E' quanto emerge da una rilevazione dell'associazione artigiani Cgia di Mestre (Venezia).

Nel 2003 i lavoratori in nero in Italia erano 3.237.800 - rileva la Cgia - di cui 2.664.500 dipendenti (pari all'82,3% del totale) mentre i lavoratori autonomi erano 573.300 (pari al 17,7% del totale). Se per gli autonomi il tasso di irregolarità era dell'8,1% (ovvero, la percentuale di lavoratori in nero sul totale dei lavoratori autonomi), tra i dipendenti la percentuale di irregolarità arrivava al 15,5%. Tra il 1993 e il 2003 il sommerso è cresciuto del 3,4% tra i dipendenti e del 1,2% tra gli autonomi.
Secondo il dato del 2003 è come se in Italia ci fossero oltre 3.200.000 lavoratori che per otto ore al giorno sono impiegati in attività non regolari. Insomma - per la Cgia - il lavoro nero è appannaggio più dei dipendenti, che hanno un secondo o un terzo lavoro, che tra gli autonomi.
Secondo la rilevazione della Cgia, si scopre che nel 1993 il lavoro nero riguardava 3 milioni 142 mila 800 persone, e che nel 2003 si è arrivati a quota 3 milioni 237 mila 800. Praticamente 95 mila lavoratori in più che rimangono ai margini del mercato occupazionale senza alcuna garanzia per il presente e, soprattutto, per il futuro. Per la precisione - dice la Cgia - i dipendenti in nero sono passati dai 2 milioni 576 mila 100 unità nel 1993, ai 2 milioni 664 mila 500 nel 2003; contemporaneamente, rileva la Cgia, gli autonomi che rimangono all'ombra del mercato del lavoro da 566 mila 700 sono saliti a quota 573 mila 300. Per i dipendenti, dunque, l'aumento calcolato dalla Cgia è del 3,4% e per gli autonomi dell'1,2%.
Altrettanto interessanti sono - secondo la Cgia - i dati rilevati dal loro Ufficio Studi sul tasso di irregolarità. Il risultato è che il 15,5% dei dipendenti nel nostro paese non ha alcun contratto, mentre tra gli autonomi - sostiene la Cgia - la percentuale è dell'8,1 per cento; praticamente quasi il doppio. "Un dato molto significativo - dice Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia - che ci consente di fare un'importante considerazione sulle ipotesi che sono emerse in questi giorni dopo la nascita del nuovo Governo". "Ovvero, l'intenzione di rimettere in ordine i conti pubblici attraverso una dura lotta all'evasione. Colpendo chi? avverte Bortolussi - Gli autonomi, naturalmente. Ebbene, questi dati, in maniera inoppugnabile, ci dicono che ad esercitare maggiormente l'attività sommersa sono i dipendenti e non gli autonomi". "Pertanto, a nostro avviso - conclude Bortolussi -, devono essere i primi a finire nel mirino dell'Amministrazione finanziaria e non i secondi".

L'INDAGINE DEL 2001 SUL LAVORO NERO

L'esercito invisibile dei lavoratori in nero cont a v a nel solo Veneto oltre 242 mila lavoratori. I n Italia la CGIA n e calcolava complessivamente 3 milioni e mezzo.
Lo scenario meno confortante sul fronte del lavoro irregolare si trovava al Sud. A cominciare dalla Calabria, dove quasi un lavoratore su tre non aveva un contratto di lavoro che rispettasse la normativa vigente. Quanto ai valori assoluti, la regione con il maggior numero stimato di lavoratori in nero era la Lombardia (450.000). Seguivano la Campania (426.000) e il Lazio (384.000). Al sesto posto il Veneto, dove l'esercito dei lavoratori invisibili raggiungeva poco più di 242.000 unità. L e cause dell'aumento, secondo la Cgia, andavano ricercate nella combinazione di più fattori negativi che avevano interessato il Paese in quegli ultimi anni. Come l'aumento degli extracomunitari irregolari, l'inasprimento della tassazione anche a livello locale, l'introduzione di leggi troppo punitive che avevano indotto molte piccole aziende marginali a finire nel sommerso e, non ultimo, la diffusione dell'economia criminale che controlla ormai una buona parte delle tre principali regioni del Sud » . Tuttavia, concludeva la Cgia, «il lavoro nero semprechè non possa essere assimilato a forme di sfruttamento o capolarato - non va demonizzato . Infatti, chi conosce le dinamiche d i sviluppo delle aree in via di espansione, come possono essere quelle meridionali, sa che certe forme di irregolarità sono dei segnali interessanti che spesso precedono crescite economiche future».


Autore: Qui risparmio