UNA VACANZA CHE SERVE
Riflessioni sulla Società e la Politica a cura di Davide Cervellin
Andare in vacanza, fare le vacanze: è il tormentone di queste settimane, eppure ben altre son le cose cui dovremmo pensare.
Abbiamo appena consegnato le nostre schede nelle urne ed eletto i nostri rappresentanti in Europa e, per molti di noi, anche gli amministratori locali e, questa volta, con molta meno speranza che le cose possano cambiare.
Abbiamo provato e proviamo tanto fastidio per una televisione e dei giornali che ci raccontano cose che poco ci interessano o poco sono utili al nostro vivere sociale: le scappatelle dei ricchi, le nefandezze dei nostri politicanti e nulla ci dicono e ci fanno conoscere di come vanno le cose intorno a noi e nel mondo.
E’ incredibile ma nessuno parla dei laboratori artigianali e delle fabbrichette chiuse nei nostri paesi; poche notizie ci hanno dato dell’aereo Air France caduto nell’Oceano Atlantico, di come chiude l’anno scolastico con sempre più ignoranti e professori demotivati.
Ma tant’è; noi dobbiamo sopravvivere a tutto questo, illudendoci che tutto vada bene, tutto proprio tutto, anche il sistema sanitario che poco ci cura, anche le tasse che sempre più aumentano, anche i soldi nelle nostre tasche che sono sempre meno.
Ho girato molto lo scorso mese su e giù per l’Italia e ho colto quasi una rassegnazione nella gente, un lasciarsi andare, un tirare a campà, ma comunque, come dicevamo, ora è il tempo delle vacanze, quelle esotiche, superorganizzate, da confezione industriale dove, tutti ammassati nei voli più o meno low cost e nei villaggi turistici, ci illudiamo di cacciare lo stress, di rigenerarci e invece, quando torniamo, siamo più stressati di prima e, quel che è peggio, non abbiamo neppure colto un po’ di vita in quell’angolo di mondo in cui siamo stati.
E poi c’è chi si organizza le vacanze avventura, illudendosi di essere un nuovo Robinson Crusoe e, quando torna, ha centinaia di foto da inviare via mail agli amici o serate da organizzare in cui tra una chiacchiera e l’altra ed un bicchiere di qualche buona bevanda proietta su grande schermo immagini di leoni, tigri ed elefanti, di gente e di strani costumi e scorci di giungla, di mare, di tramonti mozzafiato che davvero li fanno sentire vivi.
Ma in questo momento dove abbiamo bisogno davvero di ritrovare noi stessi, di scoprire, senza spendere tanti soldi, magari le nostre radici, la nostra storia, perchè non trascorrere qualche settimana in un luogo dell’Italia minore, in quella parte della provincia del nord, del centro o del sud Italia lontani dai flussi turistici di massa, dove comunque, c’è mare, comunque c’è collina, c’è montagna, dove, nel tempo di un tramonto, si può cenare coi prodotti freschi lavorati alla maniera antica, dove nelle ore dopo l’alba, i profumi nell’aria sono davvero quelli che la terra ed il mare ci sanno donare perché non stravolti dalle frenesie dell’uomo?
Dove mi trovo a scrivere questo articolo, in un luogo quasi dimenticato, Castelfranco in Mescano, a 913 mt sul livello del mare, sul lembo estremo della provincia di Benevento, a ridosso di quella di Foggia, intorno ci sono pascoli e boschi e nell’agriturismo fattoria didattica “Caseria”, con la saggezza e la conoscenza di un tempo e l’intelligenza di oggi, cinque ragazzi con la loro madre mi fanno ritrovare quel che io ero quando, fanciullo, crescevo nella campagna trevigiana.
Fedele, Lucia, Carmela, Cinzia: ragazzi di oggi, hanno studiato, ma hanno capito che non è vita fare il passacarte o attendere che venga il tempo per timbrare il cartellino in qualche ufficio pubblico.
Loro non sono migrati al Nord per cercare lavoro; si sono rimboccati le maniche e con grande capacità di intrapresa, si sono creati un lavoro che fa delle tradizioni della loro terra un bene, una merce preziosa da vendere, da vendere al turista che vuole disintossicarsi dallo stress, da vendere ai fanciulli delle scuole nelle giornate di fattoria didattica, dove insegnano come alimentarsi senza le merendine Kinder o preparati surgelati.
Quando le scolaresche arrivano col pullman alla fattoria nella grande radura dopo il bosco ecco i tavoli imbanditi per la colazione, un buon latte appena munto, quello che a lasciarlo lì qualche minuto fa subito la panna, i biscottini fatti dalla mamma con la farina di grano duro e le nocciole, il pan di spagna.
E poi di corsa nella stalla a vedere la mungitura e poi nel piccolo caseificio a mettere il caglio nel latte e, nel tempo, della cagliatura, impastare la pasta ed il pane e poi a salare il caciocavallo, ad infornare il pane e a mangiare quando c’è tanta fame, tanto ben di Dio, preparato con le proprie mani.
Che bello dare i fanciulli queste consapevolezze; peccato che duri solo un giorno.
Sarebbe davvero utile che la scuola dedicasse almeno una o due settimane a questi insegnamenti piuttosto che ad unità didattiche dal dubbio valore educativo.
Ho visto anch’io come si fa il caciocavallo, ho bevuto il latte che sa di latte, ho ritrovato della gente che vive il tempo con i ritmi del tempo, eppure intorno c’è anche qualcosa di nuovo, c’è la tecnologia che ci aiuta a salvaguardare l’ambiente.
Qui il vento diventa risorsa, energia, ci scompiglia i capelli e fa girare lente e maestose le pale delle torri eoliche che producono corrente per far muovere il mondo, il mondo non solo di questi luoghi, ma dei grattacieli, delle luci dai mille colori, dei computer che governano i dati della finanza, degli ospedali, delle grandi fabbriche, di quel mondo insomma dove, davvero disintossicati quando torniamo, siamo costretti a fare parte.
Autore: Davide Cervellin imprenditore e opinionista a 360°