Un altro viaggio
Nona puntata
La realizzazione del centro richiede a Paolo continue riunioni con i progettisti, il costruttore e poi tante ricerche su internet per conoscere quel che in giro per il mondo già c’è ed evitare così di fare cose già presenti, di ripetere errori. Man mano che le cose procedono, tuttavia, gli si affollano in testa sempre più dubbi: “sarà giusto procedere così? È davvero innovativa la scelta che stiamo facendo sull’organizzazione degli spazi? Ma quello che noi stiamo per proporre è veramente quello che chiede la gente?”. Insomma, sente forte il bisogno di un approfondimento. E’ necessario conoscere meglio la realtà, incontrare delle persone che in qualche maniera possono rappresentare la punta più avanzata del protagonismo attivo dei disabili nella vita sociale o che, per le persone disabili, stanno operando e sviluppando i servizi più avanzati.
Chiama Laura e le manifesta il suo proposito di fare un viaggio, un viaggio nel quale trovare gli elementi rafforzativi, spinte ulteriori per la realizzazione del suo progetto.
“Mi sembra una bella idea!” risponde Laura, “Ma chi ci segue le cose qui?”
“Abbiamo Giovanni, poi tanto si tratta di uscite brevi, un giorno o due e questo ci serve anche per costruirci una rete di contatti, una consapevolezza forte della correttezza della strada che abbiamo intrapreso. Da quello che ho visto su internet e da quello che ho letto in questi giorni, sarà utile conoscere come opera la Lega del Filo d’Oro e in particolare il suo segretario generale che è un po’ è un esempio importantissimo, quasi unico, di risultati del fund raising.
Vedi Laura, una volta che il centro sarà terminato il suo funzionamento e la sua gestione richiederanno grandi risorse finanziarie e non sarà sicuramente sufficiente quello che pagheranno i clienti, perché taluni servizi per le persone disabili hanno costi che sono fuori mercato e devono quindi essere compensati con altri introiti. Il marketing sociale credo sia un’opportunità tra le più interessanti anche perché ci permette di essere svincolati dai condizionamenti della politica.
E poi c’è la storia di quel prete cieco che abbiamo letto domenica sul giornale, non ti sembra un bell’esempio di normalità?
E andarlo a conoscere ci dà anche la possibilità di fare un giretto in Umbria.
Quanti anni sono che non ci vado? E infine mi incuriosisce quello che abbiamo letto un mese o due fa sul giornale “Il Coltivatore”... Laura vammelo a cercare, il titolo mi pare fosse: l’avvocato contadino, un cieco protagonista in agricoltura”.
Laura fruga tra i giornali accatastati sul tavolinetto d’angolo dove di solito venivano riposte le riviste. “Eccolo!” esclama finalmente.
Era sul numero di gennaio e l’articolo è in prima pagina. E’ la storia di un avvocato di Saluzzo non vedente che con la moglie conduce una bella azienda agricola.
“Beh, partiamo da lui!” esclama Paolo.
“Piemonte, terra maestra di vinificazione.
Pensa quante cose abbiamo da imparare”.
Laura si precipita al computer e cerca tramite internet il numero dell’avvocato. La cosa è facile poiché di studi di avvocati con quel nome ce n’è solo uno a Saluzzo. “Ecco il numero”.
“Dai chiamiamolo subito!” supplica Paolo. Sono proprio fortunati, la segretaria risponde che l’avvocato è libero in quel momento. Paolo si presenta e chiede all’avvocato la disponibilità ad incontrarlo. “Con piacere”
risponde quest’ultimo. “Sono veramente curioso di conoscere un altro pazzo come me che ha la passione per i campi!”.
Si accordano e il weekend successivo, dopo aver consultato cartine e spulciato qua e là informazioni agrituristiche sul Piemonte e sulla zona di Saluzzo, eccoli in autostrada verso quei luoghi famosi per tanta gente, Silvio Pellico, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e ultimo, ma non meno importante, Fabio Briatore, l’uomo delle grandi avventure.
Conversano fittamente in macchina Paolo e Laura.
“Lo sai che questa Saluzzo che andiamo a visitare mi incuriosisce assai?
Non pensavo fosse terra così ricca di vicende, di gente entrata nella storia.
Non mi ricordavo proprio, Paolo, che fosse la terra di Silvio Pellico, sarà che alle medie e al liceo il personaggio non aveva riscosso chissà quale mio interesse”. Laura si interrompe per una brusca frenata necessaria per evitare un camion che si è buttato all’improvviso, senza alcuna segnalazione, sulla sinistra.
“Attenta Laura!” esclama Paolo. “Rallenta.
Questa A21 nel tratto Piacenza-Torino è un vero e proprio disastro. Tra lavori in corso e camion è veramente un percorso critico.
Guarda, questa teoria infinita di bisarche, cosa mai porteranno auto di qua e di là per l’Italia, non ci sono i treni? Non ci sono le navi? E poi tutto questo è indice di un modello di sviluppo sbagliato. Produciamo un’infinità di macchine e ci inventiamo il bisogno della macchina: una, due, tre per famiglia. C’è chi ne ha addirittura più di una: quella decappottabile per i giorni belli e la berlina per gli altri giorni. E così questa nostra aria è sempre più irrespirabile, questo nostro muoversi è sempre più caotico e paradossalmente più lento”.
Proprio in quel momento Laura frena di nuovo e s’arresta in coda. “Chissà cosa mai c’è adesso!” esclama.
“Degli altri lavori in
corso o un incidente?”
Passano i minuti e tutti lì fermi, camion, auto, in una lunga fila di veicoli sotto il sole con i motori accesi a togliere all’aria circostante ogni odore di natura.
“Te la ricordi, Paolo, la favola del Pifferaio e le automobili di Gianni Rodari?”
“Certo!” sbuffa Paolo, “favola bellissima e davvero specchio di questo nostro avvio di Terzo Millennio, dove le automobili hanno sostituito i topi per la presenza e per la capacità geometrica di riprodursi e di invadere ogni spazio fino quasi a sottrarci la nostra area vitale.
Chissà se un giorno arriverà davvero un pifferaio magico a liberarci prima che questa distorsione del progresso non abbia il sopravvento su di noi e non ci abbia annientati”.
La coda si muove lenta, finalmente le colline fa loro intravedere l’arrivo in Piemonte.
Ancora una barriera, la barriera autostradale, la barriera della tangenziale, e poi di nuovo la barriera d’entrata nella A6, la Torino-Savona. E ogni barriera è una sosta, un’interruzione, quasi un singhiozzo di quel loro viaggiare. Le barriere come degli interrogativi netti, retorici, nella testa di Paolo.
“Ma non sarà mica funzionale gestire le strade con questa forma di pagamento” bisbiglia, facendo trapelare una certa insofferenza e stanchezza. “E’ vero che così qualcuno lavora! Lavora il casellante: pensa Laura! Che merda di vita chiuso lì nel gabbiotto a respirare l’aria fetida dei tubi di scarico, a prendere i biglietti e a contar soldi per ore. Lavorano i costruttori di sistemi automatici di rilevamento, i costruttori di caselli e pur pensa che tutta questa gente, anche se non lavorasse, nessuno soffrirebbe per la loro mancanza. Quanto lavoro inutile fa l’uomo, anzi, certi lavori producono veramente danni incalcolabili oltre che a chi li svolge, all’umanità intera”.
“Che pessimista che sei!” lo incalza Laura.
“Forse è la stanchezza, son già quasi quattro ore che viaggiamo. Certo è, amore mio, che se ci penso” e Paolo la fissa dolcemente, “l’uomo accanto a spinte di creatività positiva, di slanci generosi, ha veramente anche tanta e tanta capacità autolesionista, quasi debba in tutti i modi, in tutte le forme tirar fuori sempre da sé la sua componente masochistica. Ogni volta che i miei pensieri vanno ad esempio a quei lavoratori che, oltre a svolgere un’attività alienante, ripetitiva, risulta poi inutile come quella dei casellanti, non posso non trovare un senso nelle espressioni della follia che ritroviamo leggendo certa cronaca. Dopo ore di ritiro biglietti e contar soldi può accadere infatti che la mente abbia perso la lucidità per ragionare, per governare azioni positive ed ecco allora uno stupro, un omicidio, uno sballo, qualcosa insomma che rompe un’esistenza alienata”.
“Via Paolo” lo interrompe Laura, “adesso usciamo dall’autostrada e tra ventisette chilometri siamo a Saluzzo”.
La campagna cuneese è intorno a loro, con le belle distese di frutteti fioriti, con delle vacche al pascolo su un prato tutto verde punteggiato di bei fiorellini bianchi e gialli. E’ tutto quasi pianeggiante, le colline sono ancora lontane, prima della massa dai contorni ancora confusi del Monviso a occidente.
Siamo nella terra dove il Po’ incomincia ad essere fiume, dove la disponibilità d’acqua e le correnti d’aria che arrivano dal mare rendono fertile la terra e ancora ricca l’agricoltura.
Da qui Paolo incomincia un nuovo viaggio: dopo il tanto andare per il mondo alla ricerca di sé prima dell’incidente, ora intraprende un cammino alla ricerca degli altri, alla ricerca delle conoscenze, delle relazioni per costruire un qualcosa che sia utile a sconfiggere le solitudini.
Autore: Davide Cervellin