LA TELEVISIONE
Terza puntata

La televisione, almeno fino agli anni Ottanta, ha avuto una grande funzione di acculturamento, di fusione, di conoscenza, anche di omologazione linguistica; l'indirizzo socio-culturale prevaleva su quello commerciale; la pubblicità era contenuta ed i programmi di divulgazione culturale e scientifica erano ben calibrati nei palinsesti con le fiction e gli spettacoli d'intrattenimento.
Poi via via, con il diffondersi delle televisioni commerciali ed in particolare con il crescere delle reti Mediaset, siamo andati progressivamente assistendo ad un degrado generalizzato di tutta la televisione fino al dilagare dei reality show che di fatto hanno annichilito ogni valenza socio-culturale del mezzo televisivo, erigendo a elementi di interesse di audience le volgarità e i disvalori.
Paolo non è ancora riuscito, ritornato a Bassano, a trovare una dimensione soddisfacente della sua esistenza, non riesce ancora a dare il significato che vorrebbe ai diversi momenti della giornata. I pochi amici che gli sono rimasti vicini gli dedicano il tempo disponibile, ritagliato tra gli impegni di studio e di lavoro; suo padre deve dividersi tra le incombenze dell'azienda agricola, coi suoi ritmi da rispettare, e l'organizzazione delle terapie di Paolo e il suo accudimento.
Lui si trova costretto a passare tante ore lì, su quella sua carrozzina, più prigione che mezzo di libertà, in compagnia della televisione nella grande cucina affacciata sul portico che sua mamma aveva fatto a tempo ad arredare con mobili in legno chiaro, pochi mesi prima di morire, ancora giovane, per quel maledetto tumore al pancreas. All'inizio erano ore ed ore fisse sullo stesso canale finché non arrivava qualcuno, poi finalmente, grazie all'intervento di un centro specializzato, eccoti la possibilità di disporre di un particolare telecomando azionabile con un solo sensore che permetteva a Paolo di cambiare canale ogni volta che appariva Maria De Filippi o ricercare qualche film la sera quando, come un'ossessione, invadeva lo schermo Bruno Vespa.
"Questa è proprio una televisione di merda!" borbottava Paolo quei giorni in cui era costretto più del solito a stare lì da solo. "Io non riesco proprio a capire che coerenza ci sia tra questi uomini dell'Udc infarciti di cattolicesimo, di proibizioni morali come Buttiglione, Casini, e questo mezzo televisivo di Stato che loro avvallano. E' proprio insopportabile la dissociazione tra le parole e le azioni di questi uomini; di come per una logica di denaro, di protagonismo esibizionista, si sia così tutto conformato alle logiche berlusconiane. Non è accettabile" riflette quasi contorcendosi sulla carrozzina "dover pagare un canone per aver spappolato il proprio cervello e poi pagare ancora per avere la possibilità di vedere qualche canale tematico dove trovare i documentari, i film, i programmi che danno soddisfazione all'intelletto."
L'insofferenza di Paolo per le televisioni berlusconiane e per la televisione pubblica, ormai omologata a queste, lo fa reagire sempre più rabbiosamente all'idea di restare solo: lui vuole uscire, vuole riempire il tempo con altro, vuole riprendere gli studi, non essere costretto a quell'immobilità idiota. Non riesce proprio a farsene una ragione di quei programmi su Italia 1, dove anche il telegiornale pare più un contenitore di stupidaggini più adatte ad un pubblico di frustrati alla ricerca di notizie piccanti piuttosto che uno strumento equilibrato e serio d'informazione. E poi che dire di tutti questi contenitori anche sulle reti Rai dove le miserie umane si trasformano in argomenti per tenere il pubblico inchiodato davanti al teleschermo. Non se ne fa una ragione di quei telegiornali dove gli omicidi, gli stupri, le violenze gratuite sono l'unica informazione che passa alimentando pericolosamente la consuetudine dello spettatore con la drammaticità della morte fino a farlo diventare indifferente ad un accadimento così tragico. Un bambino, prima della scuola elementare, solo per essere stato davanti al televisore ha già visto oltre 5 mila omicidi. Quale educazione e sensibilizzazione alla solidarietà, all'attenzione per gli altri, al rifiuto della violenza. La televisione si insinua sottilmente nelle menti dei giovani tra i valori che dovrebbero trasmettere i genitori e la scuola alle nuove generazioni, prevarica e si appropria dei loro cervelli e diventa modello unico per i loro comportamenti.
Sempre più spesso quando arrivano gli amici, Paolo insiste perché lo portino fuori, non gli importa se passando per le piazze, per le strade, la gente lo guarda con compassione; non gli importa sentire certi commenti sul suo stato delle tante persone perbene; vuole stare fuori, vuole dare visibilità a questa sua condizione di corpo immobile, ma con una testa pensante.
Si ribella al meccanismo perverso che ha costruito sul bisogno, sulle situazioni di quelli come lui uffici, apparati, rendite di posizione, che sperperano ingentissime somme di denaro senza fornire il benché minimo miglioramento alla qualità della loro vita. Quanti incontri inutili con assistenti sociali, psicologi, con neuropsichiatri dall'aria saccente; che frustrazione nel cogliere dietro le loro apparenti sicurezze di 'normali' la frustrazione di non trovare soluzioni, risposte, di restare al bla bla anche se colorato da qualche sigla scientifica o numero di provvedimento, di delibera o di Legge.
Paolo ormai è consapevole di essere solo una testa, di avere il corpo come appendice inutile anzi, problematica, un'appendice da ripulire e lavare, da massaggiare, un'appendice pesante da trasportare; sa di essere l'antitesi dei modelli televisivi a cui troppi per normalizzazione fanno riferimento, è consapevole ormai che la sofferenza gli ha dato una superiorità di comprensione e di riflessione. "Già… i valori, l'utile, l'essenziale, il tempo, questa mia infermità amplifica ed esalta la dinamica della mente, solo con essa posso muovermi, solo essa posso elaborare, fare, solo attraverso questo mio cervello posso dare significato a ciò che vedo, ciò che sento, posso dare voce a ciò che penso; questo mio cervello che non ha più distrazioni nel comandare le gambe, nel guidare la mano, nel far drizzare il cazzo."
La rabbia e le riflessioni di Paolo diventano ben presto motivo di aggregazione per altri amici, non per i servizi della ASL, ma per la sua capacità di socializzare, di incontrare, di trasmettere qualcosa agli altri. Si rende conto che la televisione è una fabbrica di solitudini; dà l'alibi a troppa gente per non incontrarsi, per non dialogare; esalta la pigrizia del non fare, del non scambiare. La televisione come somministrazione comoda di una droga per il rincretinimento collettivo, favorita dal livello di dipendenza che crea per la pigrizia della gente e per l'alto tasso di assuefazione ai suoi programmi.
Paolo ha finalmente la possibilità di riprendere gli studi, si è iscritto alla Facoltà di Scienze Orientali a Venezia, vuole trovare supporto teorico alle sue esperienze di viaggio, a quelle riflessioni così diverse dal pensare comune che via via si articolano, si ampliano, trovano consenso nelle persone che incontra. E con la possibilità di studiare trova finalmente il modo di non guardare più la televisione, di liberarsi da questa schiavitù, di affrancare il suo cervello, il suo pensiero, la sua volontà dai condizionamenti diretti e subliminali.
Grazie ad un voltapagine elettronico che comanda con la bocca, adesso le ore in cui è da solo le passa a leggere testi di filosofia; gli esami li fa in videoconferenza grazie al suo potente computer con il monitor piatto che gli ricorda il moderno ufficio che aveva visitato qualche settimana prima di essere dimesso dal centro in America. Adesso che la televisione non la guarda più si sente meglio, si sente non più colonizzato, si sente finalmente libero di fare le sue scelte. E' proprio felice che suo padre con il buon senso contadino gli abbia comprato tutte quelle tecnologie che lo fanno sentire davvero meno handicappato.
Sono stati necessari alcuni incontri con dei docenti giù a Venezia per mettere a punto il piano di studi e le modalità operative che gli permettessero di studiare efficacemente.
Sono bastati questi incontri per mettere di fronte a Paolo ed ai suoi familiari e amici le tante barriere che si frappongono al bisogno di una persona disabile di essere libero. Il treno inaccessibile, Venezia con i suoi ponti e le difficoltà di salire sui vaporetti, i parcheggi delle auto per disabili a Piazzale Roma puntualmente sempre occupati, l'impossibilità quando occorre la pipì in un bar o in una trattoria un bagno, la non sempre disponibilità del personale di segreteria dell'università o dei professori ad uscire dalle consuetudini per trovare comunque una soluzione ai nuovi bisogni prospettati; ma Paolo, temprato dalla sofferenza, allenato alla pazienza, determinato nel perseguire gli obiettivi, non si scoraggia anzi, rincuora e trova giustificazioni per far ritornare l'ottimismo anche in chi gli sta intorno. Lui sa che ce la può fare se ci crede; è consapevole che la sua meta può aggiungere un tassello di felicità anche per gli altri.
Concentrato nello studio il tempo gli vola, le date degli esami scivolano via, le fila degli amici si ampliano anche per la sua cura personale.
Non ha più bisogno di chissà quale servizio pubblico, ha sempre qualcuno accanto che è ben felice di sentirsi utile, di condividere con lui non soltanto rapporti distanti, ma la fisicità di un contatto. Il suo argomentare su questo o quel pensatore, le riflessioni sulle correnti di pensiero, gli fanno assumere il carisma, il ruolo di filosofo, di maestro
con cui è piacevole conversare e trascorrere parte del tempo senza che questo assuma i colori scuri del tedio e della noia.
La sera dopo cena, quando anche lui va a passeggio o si ferma a un tavolino del caffé, sono in tanti a chiamarlo, a salutarlo, a fermarsi con lui a parlare.
Adesso che gli esami sono quasi finiti Paolo ha cominciato ad interessarsi dell'azienda del padre, s'è letto qualche libro sulla vite e sull'ulivo, ha partecipato a qualche incontro dell'associazione degli agricoltori sui trattamenti antiparassitari, sulla coltivazione biologica.
Gli capita spesso di passare da disquisizioni sull'io a quelle sulla potatura con le persone che incontra; ormai tra la sua gente è riuscito a normalizzare la sua diversità. Quando qualcuno gli parla di questo o quel personaggio televisivo, di questo o quel programma di Canale 5, RaiDue o Italia 1, ha sempre la capacità e mille argomenti per far scivolare la discussione su altro, rendendo la conversazione meno futile e più coinvolgente per sé e per i suoi interlocutori.
Sono trascorsi sei anni dal grigio mattino di pioggia sulle colline americane e gli sembra di essere sempre stato così, di non aver mai vissuto quegli altri primi 24 anni, quasi fossero non un ricordo, ma un sogno che ogni tanto riaffiora e non riesce più a immalinconire questa sua viva esistenza di uomo pensante.
Autore: Davide Cervellin