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CONSUELO

Decima puntata

La stanchezza del viaggio, il respiro reso difficile dall’aria rarefatta a causa dell’altitudine, non attutiscono la grande gioia di Paolo per essere lassù, per essere finalmente arrivato in quella terra sotto quel cielo, tra quelle montagne aspre che in lontananza fendono l’orizzonte.
Quella terra di Bolivia che aveva riempito tante serate con gli amici in piazza a Bassano o a casa di questo o di quello a vedere dispositive, magari immersi nella nuvola acre del fumo di uno spinello. I tre giorni di viaggio in classe economica sul volo intercontinentale fino a Buenos Aires e poi i voli interni sui due piccoli aerei rombanti che incutevano qualche timore sulla possibilità di raggiungere la meta e poi finalmente la corriera. Quella corriera anni ’50 tutta colorata, dalle grandi scritte, i cui sedili in materiale sintetico sono intrisi del sudore delle tante genti Indios, meticci, turisti che settimanalmente la riempiono coi loro bizzarri bagagli per intraprendere il viaggio verso le città e i villaggi degli altipiani. Anche Paolo è stato tra quella gente, quasi accalcato sul sedile accanto a Consuelo, la brunetta spagnola che aveva incontrato all’aeroporto di Buenos Aires e che andava come lui a esplorare quella terra. La corriera sobbalza per la strada accidentata e piena di buche, s’arresta bruscamente per qualche frenata al sopraggiungere improvviso di qualche veicolo nell’altra direzione, si piega nell’affrontare i tornanti quando la strada sale o scende ripida i crinali delle montagne.
Questo contatto forzato a cui i ragazzi sono costretti, finisce per stabilire una qualche complicità.
Consuelo è raggiante nel raccontargli di questo suo viaggio, di questo suo grande desiderio di vivere delle emozioni di quel continente americano in cui i suoi antenati hanno vissuto momenti indimenticabili di conquista e di distruzione. Lei, che si è laureata da poco in storia all’università di Salamanca, che ha passato giornate in biblioteca a carpire notizie sugli Inca, a cercare di spiegarsi il perché di tanto accanimento dei conquistatori spagnoli contro quel popolo, a piangere nel leggere alcuni documenti, testimonianze di eccidi, ha voluto concedersi come premio di laurea questo viaggio per vivere questa terra che già ama tanto. Paolo invece conosce poco la storia, è attratto dai racconti di viaggio di quegli amici che sono stati qui tra le popolazioni indigene, hanno gioito di questo altro modo di concepire l’esistenza, il tempo, lo stare con gli altri, il legame ancora forte con la natura, con una trascendenza apparentemente primitiva, con la gestualità, la corporeità.
La corriera, lasciate le montagne, corre ora senza sobbalzi per la strada che interrompe quasi diritta una grande prateria di vegetazione molto bassa, dove ogni tanto si incontrano dei piccoli raggruppamenti di case coi comignoli fumanti e con dei vecchi seduti sulla porta, intenti a pestare qualcosa in alcune ciotole di legno, qualche branco di capre dalle corna appuntite e il pelo lungo, fatte saltellare in un gioco disordinato da bambini vocianti. Degli odori forti riempiono la corriera dai finestrini appena abbassati al passaggio in quei villaggi, per poi lasciar posto a un’aria incorrotta appena lasciate le ultime abitazioni.
Finalmente, quando è ormai sera, eccoli arrivare a Cochabamba. La corriera si ferma alla prima periferia e qui scendono solo Paolo e Consuelo e un vecchio signore dalla lunga barba; raccolgono in fretta i bagagli e, dopo essersi stiracchiati per ridare vitalità alle membra rattrappite, si avviano alla locanda dalla grande facciata in pietra e la porta in legno chiaro che funge da fermata della corriera.
Dentro c’è un gran vociare appena sopraffatto da una musica ad alto volume con gente ai tavoli che beve e mangia delle zuppe scure fatte con chissà quali legumi e con pezzi di carne. Anche Paolo e Consuelo hanno fame, ma prima vogliono trovare una qualche sistemazione per la notte, vogliono avere la tranquillità di poter dormire per recuperare le forze dopo quei lunghi giorni di viaggio interrotti soltanto da brevi momenti di appisolamento sulla poltrona scomoda dell’aereo, sulla sedia della sala d’attesa dell’aeroporto o sul sedile della buseta. Consuelo, avvantaggiata dalla lingua, si rivolge al ragazzetto ciccione e pelato che si agita dietro il bancone di legno grezzo ricoperto di lamiera, spinando birra e riempiendo bicchieri di una misteriosa bevanda rossastra dal profumo dolciastro che i clienti trangugiano d’un fiato: “Cerchiamo un posto per dormire”.
“Un centinaio di metri più avanti proseguendo lungo questa strada troverete un posto dove con pochi boliviani potrete alloggiare”.
I ragazzi si avviano veloci lasciandosi alle spalle tutto quel baccano e godendo dell’aria fresca della sera. La strada è quasi deserta, dalle case basse giungono voci di bimbi e profumi di cibo: ecco finalmente l’insegna rossa con la grande scritta dorata ‘Albergo Magdalena’. Paolo spinge la porta di vetro e alluminio, facendo sobbalzare i lembi della pesante tenda multicolore appesa all’interno in un grottesco tentativo di privacy della piccola e fumosa hall dell’albergo; la signora che li accoglie ha una folta chioma nera raccolta in una lunga treccia e il viso paffuto dall’ampio sorriso, che li mette subito a loro agio.
“Da dormire?” ripete a voce bassa, “mi è rimasta una grande stanza con il bagno appena fuori”.
I ragazzi si lanciano uno sguardo sorpreso e dopo una breve pausa Consuelo chiede se è possibile vedere la stanza.
La signora sfilando la chiave dalla rastrelliera si avvia su per un’ampia scala con, alle pareti, grandi quadri di fiori. Al primo piano mostra la stanza con due letti appoggiati alle pareti e un tavolo e due sedie di vimini in mezzo, vicino all’ampia finestra: “Va bene ci fermiamo!”. La signora consegna loro le chiavi e torna rapidamente al suo bancone, mentre Consuelo e Paolo, posati i bagagli e, rinfrescatisi velocemente con un’acqua fredda, dura e rigenerante, si preparano per fare finalmente quattro passi e cercare un posto dove mangiare.
L’albergo Magdalena, pur non essendo in centro, consente a chi ha buon passo e voglia di camminare di raggiungere velocemente i luoghi più importanti della città. Dopo aver camminato per una buona mezz’ora sui vicoli animati da gente d’ogni età, affaccendata a chiacchierare, a suonare, a spingere dei curiosi carretti ricolmi di verdura con ancora in testa degli ampi cappelli di paglia nonostante il sole sia tramontato da tempo, eccoli finalmente nella grande piazza 14 de Septiembre con gli alti alberi, i palazzi e la cattedrale. “Mi sento stranamente in un posto familiare!” esclama Consuelo.
“Beh, ora cerchiamo un posto dove mangiare, ho veramente una gran fame! Che ne dici se chiediamo a qualcuno dove trovare un locale? Qui mi pare non ve ne siano” dice Paolo.
Consuelo ferma un ragazzo coi capelli lunghi appena sceso da un’auto. “Sì” le dice lui, “andate là in fondo, oltre il ponte sul fiume, nella zona di Cala Cala e avrete un’ampia scelta di locali”.
Dopo essersi finalmente rifocillati con una zuppa e un piatto di carne con peperoni e patate, sotto un cielo che si riesce a intravedere stellato nonostante le luci, ritornano in albergo e sprofondano in un lungo sonno ristoratore.
Il sole già alto illumina la stanza, batte sul viso di Consuelo accentuando il colore roseo della pelle, fino a disturbarla con il calore costringendola ad aprire gli occhi. “Già le undici!” esclama Consuelo stiracchiandosi e sbirciando Paolo ancora profondamente addormentato. “Guarda che fortuna, da lui mica batte il sole!
Oggi mi sento proprio bene, adesso mi preparo e, visto che è una bellissima giornata, voglio andare a visitare la zona archeologica”. Si sfila dal letto e dopo poco eccola pronta con i suoi jeans attillati, una maglietta rossa, i suoi lunghi capelli raccolti con un grande fermaglio a forma di farfalla colorata che mettono in risalto il suo viso dai grandi occhi neri, dallo sguardo profondo sottolineato da un segno leggero di matita, dal nasino scolpito sopra la grande bocca sempre pronta al sorriso che lascia intravedere i denti bianchissimi.
Scrive rapidamente un biglietto che lascia sul tavolo indicando a Paolo che sarebbe andata a visitare la zona archeologica di Incarracay e che sarebbe stata di ritorno per l’ora di cena e poi via, sotto un cielo privo di nuvole, con un’aria che accentua fastidiosamente gli odori delle macchine e dei motorini. Fuori c’è chiasso, rumore, la vita è pulsante a Cochabamba e Consuelo in quella confusione non prova smarrimento, ha un grande desiderio di conoscere, di incontrare. E’ quasi mezzogiorno quando Paolo si sveglia, stropicciandosi gli occhi, per qualche istante resta come stordito, non si rende conto di dove si trova, non capisce il perché di quell’altro letto in ordine con delle magliette e dei jeans piegati, non si spiega il vociare e i rumori di traffico che giungono dalla finestra, poi eccolo d’improvviso stupirsi dell’assenza di Consuelo, si alza e scorgendo il biglietto sul tavolo non può fare a meno di pensare che deve organizzarsi la giornata. Cochabamba da tempo immemorabile per il suo clima eccezionale di eterna primavera è stata ed è un floridissimo centro agricolo. Qui, aveva letto e sentito durante il viaggio in corriera, c’è un importante mercato, forse il luogo giusto per capire la vita di questa gente e magari, chissà, per fare qualche incontro.
Il mercato è un’esplosione di suoni e colori. A quell’altitudine c’è una vitalità davvero incredibile.
Dai banchetti persone di ogni età illustrano le loro mercanzie sorridendo, gli uomini più vecchi sotto i lunghi baffi, le ragazze graziose con le loro ampie gonne, ma quasi tutti rigorosamente con in capo un cappello di paglia. Paolo si aggira curioso tra quella gente, tocca le merci, i pellami, i tappeti, ...si sofferma ad annusare il banco della frutta; in uno slargo c’è un ragazzo disabile dall’apparente età di venticinque, trenta anni, che conversa animatamente con le persone intorno che gli si stringono, gli allungano la mano per toccarlo, quasi a cercare in lui un conforto, una sicurezza.
Lui continua a parlare, a fissare ora questo, ora quello negli occhi, a dispensare, a guardare il volto di quelli che poi si allontanano, una non so quale felicità. Quasi esausto di quel suo zigzagare senza l’obiettivo reale di acquistare qualcosa, Paolo è attratto dall’insegna rossa e gialla di una taverna ‘Comer Loco’. Ha proprio fame e magari qualcosa di piccante e una buona birra gli darà certamente energia e forza per le altre esplorazioni pomeridiane.
Quella città tanto desiderata la vuole veramente conoscere palmo a palmo, non ha nessuna fretta come non hanno fretta i suoi abitanti. Sa che può star lì qualche giorno o forse una settimana, tanto il biglietto La Paz-Seattle è un biglietto aperto. La sera, sfinito per il tanto camminare, per lo sforzo di dialogare con il suo spagnolo stentato, rientrando in camera trova Consuelo assorta ad appuntarsi fittamente le cose viste con le sue riflessioni durante l’escursione archeologica.“Questo posto mi piace davvero!” esclama Consuelo lanciandogli un bel sorriso. “Credo proprio che mi fermerò qui un bel po’ di tempo”. I due ragazzi si scambiano i racconti e le emozioni del giorno e decidono che l’indomani avrebbero proseguito quella loro esplorazioneinsieme.
I giorni trascorsi a Cochabamba ritorneranno spesso nei ricordi di Paolo, non tanto forse per quei paesaggi, per quella gente, per quegli odori, per quell’aria leggera, ma soprattutto per gli occhi, per la bocca, per la voce di Consuelo della quale non aveva fatto a tempo ad innamorarsi compiutamente, ma forse, se non fosse arrivato il giorno del distacco per la discesa a La Paz dove l’aspettava il volo per gli Stati Uniti, avrebbe trovato l’occasione per un abbraccio dal quale difficilmente si sarebbe potuto sciogliere.
Autore: Davide Cervellin