Novembre 2008
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ZUCCHERO D'ORO

Per qualcuno è una filosofia di vita, altri lo considerano un inutile dispendio di denaro, perchè “tanto tutto è inquinato”.  Il biologico continua ad essere un settore di nicchia e per questo ancora troppo caro per molti consumatori

Al “bio” ci si converte nella maggior parte dei casi per profonda convinzione, ma a volte anche per caso. Scoprendo, ad esempio, un’intolleranza allo zucchero bianco, quello che hai sempre usato, che trovi negli scaffali dei supermercati suppergiù a 80 centesimi al chilo, un po’ di più per quello ad alta solubilità. L’alternativa allo zucchero classico, senza inoltrarci nel mondo degli sciroppi d’uva, di mele, nella maggior parte dei casi biologici, è lo zucchero di canna. Non funziona come per lo zucchero bianco, una marca o due al massimo sullo scaffale. Questo è un mondo ancora sconosciuto, per certi aspetti, alla maggior parte dei consumatori. Trovi dello zucchero a cristalli più grossi, quello di media dimensione o quasi polverizzato, dal colore più o meno scuro, dal sapore più o meno caramellato. Le differenze nel prezzo sono clamorose, come vediamo dall’esempio in foto. Lo zucchero BIO (che in questo caso ha una consistenza più fine) acquistato in un grande supermercato di quartiere costa 3 euro e 79 al pacchetto da mezzo chilo. Accanto è proposta una confezione (non speficificatamente biologica) in carta, con lo zucchero di canna a 1 euro e 69. In un noto discount, in offerta, abbiamo invece trovato dello zucchero di canna del commercio equo e solidale a 1,29 (1,79 a prezzo pieno). Parliamo sempre di mezzo chilo. Mediamente, dunque, lo zucchero di canna costa tre-quattro volte tanto rispetto a quello tradizionale; nel caso di quello bio  da quasi 4 euro, lasciamo a voi la proporzione. Viene automatico chiedersi: ma se lo zucchero bianco ottenuto dalla barbabietola è il frutto di un complesso processo di raffinazione e sbiancatura, perchè mai un prodotto grezzo deve costare di più?
Ecco perchè il biologico per molti consumatori è bio...illogico.
I principi ispiratori, però, sono inconfutabili. Quelle biologiche sono colture che, sulla carta, rispettano i cicli naturali e non utilizzano concimi chimici di sintesi.  Agricoltura biologica significa non sfruttare eccessivamente le risorse naturali, dando vita ad un modello di sviluppo che possa durare nel tempo. Per salvaguardare la fertilità naturale di un terreno, ad esempio, gli agricoltori biologici utilizzano materiale organico e nell’allevamento, pongono la massima attenzione al benessere degli animali, che si nutrono di erba e foraggio biologico e non assumono antibiotici, ormoni o altre sostanze che stimolino artificialmente la crescita e la produzione di latte. Nelle aziende agricole biologiche devono esserci ampi spazi perché gli animali possano muoversi e pascolare liberamente. Processi che devono essere certificati e controllati da enti riconosciuti dall’Unione Europea. Proprio nei giorni scorsi Bruxelles ha fatto chiarezza sul settore, approvando  le nuove regole attuative del regolamento relativo alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti definiti tali che entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2009 e che ha reso obbligatorio l’uso del marchio biologico Ue. “L’approvazione di queste norme è essenziale per non avere un regolamento ‘vuoto’, senza indicazioni sulle nuove regole di produzione vegetale e animale, sulla trasformazione dei prodotti, il loro imballaggio e immagazzinamento, il trasporto, l’etichettatura e, soprattutto, i controlli – ha spiegato il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia - Esprimiamo la soddisfazione dell’Italia perché, grazie alla collaborazione fattiva della delegazione del ministero delle politiche alimentari e forestali (Mipaaf) in sede di riunione, la Commissione europea è venuta incontro a diverse richieste formulate dal nostro Paese che erano state concordate con le Regioni e le rappresentanze del settore”.
Un comparto dell’agricoltura che dagli anni 90 ha subito un forte impulso, quando si è cominciato a considerarlo come una scelta culturale per la cura e la prevenzione della salute. L’Italia ha raggiunto i vertici europei per ettari coltivati e numero di operatori  (che attualmente sono  circa 30.000); grandi marche nazionali e internazionali sono entrate nel mercato bio e i prodotti sono sempre più presenti anche nel circuito della grande distribuzione. Il fatto è che gli Italiani sono sì, grandi produttori di biologico, ma consumatori  poco convinti, se la quota di mercato raggiunge solo l’1,8% ed è inferiore non soltanto rispetto a Paesi come Austria, Svezia o Svizzera (che superano il 5%), ma anche rispetto al biologico che si consuma in Germania (3,2%), Francia (2%) e Olanda (2%).
Recentemente è stata realizzata anche una sorta di classifica delle catene di supermercati italiani con maggior presenza di prodotti biologici (la ricerca è stata effettuata su 117 punti vendita, in 66 città). Al primo posto si è classificato l’Euromercato di Casalecchio (Bo), con 109 prodotti diversi a marca bio, seguito dal Billa di Musile di Piave (Ve), 97; Galassia di Verona, 94; Billa di Carmignano (Pd), 90; Coop Adriatica di Castenaso (Bo), 89; Billa di Villorba (Tv), 78; Coop Adriatica di S.Dona’ (Ve), 78...
Il Veneto, dunque, dimostra grande attenzione per questo settore dove permangono, almeno per il consumatore sprovveduto,, molti punti interrogativi. C’è chi, disfattista, ritiene che ormai sia tutto irrimediabilmente inquinato, dall’aria che respiriamo ai terreni dove vengono coltivati i prodotti bio. Figuriamoci cosa può cambiare... Ma più sensatamente: può definirsi biologico quel prodotto coltivato accanto a campi nei quali si utilizzano pesticidi o in terreni che fino a poco prima erano coltivati in modo tradizionale? Nel dubbio, di fronte ad un pacco di carote bio da mezzo chilo a 1 euro e 60, con accanto un chilo di carote “normal” a 58 centesimi, la stragrande maggioranza dei consumatori sceglie di salvaguardare il portafogli. Per il decollo del bio è necessario, da parte del consumatore, una profonda convinzione, molta fiducia e una politica che porti comunque ad un abbassamento finale dei prezzi.         


Autore: Alessia Da Canal