Novembre 2008
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Se anche i prezzi fossero “bio”...

Avete visto bene e il pacco non inganna: si tratta di mezzo chilo di farina di Kamut, acquistato in un negozio specializzato in cibi biologici, all’interno di un centro commerciale. Poco importa se l’offerta è: compri quattro articoli al Kamut ed hai lo sconto del 25%, se un pacco di biscotti novellini da 400 grammi costa 5 euro e 65... Con la vecchia moneta avremmo speso quasi 8 mila lire per fare una in casa del “salatissimo” pane. Il paragone con le lire in certi casi è d’obbligo per scendere dalle nuvole: avremmo mai speso una tale cifra per un pacco di farina? Soprattutto tenendo conto della particolare situazione che stiamo vivendo: è la prima volta dal 2002 che i consumi delle famiglie mostrano una flessione in termini reali. E laddove si assiste ad una stabilità degli acquisti corrisponde un calo della qualità, con un aumento delle spese negli hard discount o  l’acquisto di prodotti di qualità inferiore. Figuriamoci se si è disposti a spendere per il biologico... Certo, la farina di Kamut che abbiamo preso ad esempio è un prodotto di nicchia, di alta qualità, in un settore che dalla nicchia sta invece cercando di uscire, diventando sempre più un valore aggiunto per l’agricoltura. I prezzi sono mediamente più alti rispetto ai prodotti tradizionali, ma non sono sempre proibitivi. Basta saper acquistare e pretendere di trovare il biologico sempre più anche tra gli scaffali degli ipermercati; ma con la dovuta qualità, perchè troppo spesso le confezioni bio di frutta e verdura hanno un apetto “triste” e non tanto per la macchiolina sulla buccia che sa tanto di “non trattato” e semmai è un valore aggiunto, quanto per la freschezza dei prodotti che spesso lascia a desiderare. A volte le carote sono così molli da non poter essere grattugiate... Ma la sensazione è che si tratti del classico “cane che si morde la coda”: meno richiesta c’è di prodotti bio, più giorni la merce resta sugli scaffali, più deperisce e meno il consumatore è invitato ad acquistare o a provare il biologico. Chi invece fa parte di un GAS (i gruppi d’acquisto dei quali ci occupiamo più ampiamente nella pagina seguente) si rende presto conto che i prezzi dei produttori sono spesso inferiori a quelli dei piccoli negozi, delle bancarelle e di alcuni supermercati. Prodotti che hanno un prezzo trasparente e spesso indicano quanto costa la materia prima, quanto la lavorazione e quanto è il guadagno. Quello che il consumatore pretenderebbe di conoscere ad ogni acquisto e in ogni esercizio commerciale... 

 

IL FORMAGGIO CHE SA DI...   FORMAGGIO  

Per un giorno alla settimana il Piazzale dell’ex Plip in via San Donà, a Mestre, diventa l’Altromercato, regno del biologico e della vendita diretta produttore-consumatore. Un cliente si presenta al banco dei formaggi, raggiante: “Sono tornato perchè il vostro formaggio... sa proprio di formaggio!” Quale complimento potrebbe risultare più gradito per Stefano e Mara Sermondi, marito e moglie che ogni martedì scendono da Castegnero, sui Colli Berici per vendere il frutto del loro lavoro?
Spieghiamo loro lo spirito dell’inchiesta di Quirisparmio: perchè il biologico non può essere più accessibile nei prezzi? E bastano pochi minuti per capire che ogni centesimo chiesto per quei formaggi è giustificato. Nella loro azienda di 68 ettari, tra bosco e semiinativo, vivono (alla grande!) 60 capre e 25 mucche che mangiano solo erba medica, foraggi ed orzo schiacciato, erbaggi cresciuti in campi concimati da 20 anni solo a letame. Del resto la materia prima non manca... “Se ci sono erbacce, le togliamo con le mani, mica con il diserbante” spiega Stefano, che descrive la vita nella sua fattoria dove lavorano quattro persone: “I nostri animali mangiano, gironzolano e dormono a loro piacimento. In questo momento poi, li abbiamo portati in vacanza, nei pascoli di Passo Vezzena, tra la Valsugana e l’Altopiano di Asiago. Le vacche producono, proprio grazie a questa ottima alimentazione e alla stabulazione libera, dai 15 ai 20 litri di latte al giorno. E’ tanto, ma sempre meno rispetto ai 40-60 prodotti dagli animali negli allevamenti intensivi alimentati con insilati”. Ecco spiegato uno dei motivi del prezzo più elevato: minor produzione di latte, minor quantitativo di formaggi da poter preparare nel loro caseificio a conduzione famigliare o poco più: dai formaggi freschi di mucca e di capra, a quelli stagionati, tipo Asiago. Prodotti che Stefano e Mara vendono non solo ai Gruppi di acquisto organizzati, nel punto vendita della loro azienda, ma anche nei mercatini settimanali di Mestre, Vicenza e Grisignano. Ad ascoltare con quanta passione vengono prodotti, questi formaggi sembrano sempre meno cari. In effetti non sembrano troppi i 18 euro al chilo chiesti per il Grana Trentino (tutti i martedì la signora Daniela arriva in autobus all’ex Plip per acquistare  quello invecchiato con tutti i crismi per 28 mesi) o i 15 euro e 50 chiesti per la caciotta di pecora, o ancora i 9 e 30 al chilo per il Fiorito, un pressato dolce simile all’Asiago. Tutti senza conservanti, naturalmente. Stefano ci spiega come conservarli al meglio. Innanzitutto verificando con un banale termometro che il frigorfero sia davvero a 4 gradi; spalmando con un sottile velo di burro (biologico) la prima fetta, in modo che se la muffa dovesse attaccare la forma...zac, basta togliere solo quello strato. E se un po’ di muffa dovesser attaccare la crosta, niente paura: una spazzolatina sotto l’acqua corrente e via, di nuovo in frigo. “E pensare che c’è chi lo butterebbe !”- dice sconsolato Stefano che sul fronte prezzi ci lascia di stucco: - “Non guardo nemmeno il prezzo che fanno gli altri, io do il valore al mio lavoro, all’azienda e alle quattro persone che ci lavorano”. Viene alla mente la vecchia canzoncina della pubblicità: “Dove l’erbe è verde verde, c’una mucca più felice / se la mucca è più felice è migliore anche il suo latte”.  E questo formaggio sa veramente di formaggio...
Ma anche il pane biologico sembra avere un aspetto e un sapore diverso rispetto a quello che comunemente acquistiamo in un qualsiasi panificio. Katia Della Regina si è alzata alle tre e mezza del mattino per produrre pane e focacce al Forno dell’Avvenire (che gioca in casa ed opera a Mestre) e portarlo  al mercatino. Costa un po’ di più, ma è anche vero che un sacco di farina biologica viene 36 euro anzichè i 18 di quella tradizionale. Aggiunti agli aumenti che ben conosciamo...Però ha davvero un buon sapore. Ci raccomanda di togliere il pane dalla busta di plastica, perchè è stato da poco sfornato e lui, il pane,  continua a “lavorare”. Per conservarlo fragrante per qualche giorno sarà bene rimetterlo nel suo sacchetto di carta e poi nella busta di plastica, ma solo dal giorno seguente.              


Autore: Qui Risparmio